Pregare nel dolore: il valore del silenzio
Quando le parole non bastano, il silenzio diventa la lingua più sincera della fede.
Presto onlineSpunti di fede, silenzio e speranza per riconoscere i segni che spesso sfuggono a uno sguardo distratto.
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C'è un luogo, tra le colline dell'Erzegovina, che non si raggiunge soltanto con i piedi. Lo si raggiunge con il cuore disposto ad ascoltare. Medjugorje non è una meta da spuntare su una lista: è una soglia.
Per molti la chiamata arriva nel momento meno prevedibile. Non quando tutto va bene e la fede sembra un ornamento comodo, ma quando la vita si incrina: una malattia, un lutto, una ferita che non si rimargina. È lì, nel punto più basso, che a volte si apre uno spiraglio. Ed è proprio quello spiraglio che a Medjugorje prende un nome.
«La chiamata non è la voce che ci dice di partire. È la voce che ci raggiunge proprio dove siamo, e ci dice che non siamo soli.»
Si pensa spesso alla fede come a una prova superata, un livello raggiunto da chi è abbastanza forte o abbastanza buono. Ma chi arriva a Medjugorje scopre presto il contrario: non è un premio per i perfetti, è un abbraccio per chi ha ancora il coraggio di restare umano nonostante le proprie cicatrici.
La preghiera, qui, non cancella il dolore. Lo accompagna. Gli dà una direzione. E in quella direzione, lentamente, ciò che sembrava una sconfitta comincia a rivelarsi come una feritoia: una fessura attraverso cui filtra una luce nuova.
Chi torna da Medjugorje raramente racconta di visioni o prodigi. Racconta, più spesso, di un silenzio ritrovato. Di una pace che non dipende più dalle circostanze. Di occhi capaci, finalmente, di riconoscere i piccoli segni della presenza di Dio anche nel quotidiano più ordinario.
È questa la chiamata: non un viaggio che finisce al ritorno, ma un modo nuovo di stare al mondo. La stessa luce che ha attraversato le pagine di La Chiamata di Medjugorje e che, di testimonianza in testimonianza, continua a passare di mano in mano.
Simona
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Piccole tracce di luce che attraversano le giornate, se impariamo a riconoscerle.
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Ci sono pagine che non si limitano a raccontare: ci accompagnano, come una mano nel buio.
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